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Svizzera. Condividono l'Eucaristia con i loro cani ma la Ciocesi non emette scomunica, perchè?

05/05/2026

In una parrocchia di Zurigo, lo scorso autunno, durante una celebrazione della messa, tre fedeli ricevuta la Comunione hanno condiviso frammenti di delle ostie consacrate con i loro cani non sono stati scomunicati. Animalisti: cambiare le regole della Chiesa! I cani devono entrare -  informatrieste
Un episodio che, invece di sollevare solo le proteste dei parrocchiani presenti, è diventato un caso di studio su come la Chiesa cattolica gestisce il confine tra chiarezza dottrinale e giudizio pastorale, soprattutto quando è in gioco il cuore della fede: l’Eucaristia. Il 17 aprile 2026, la diocesi di Coira, sede della Chiesa cattolica in Svizzera, ha spiegato che tre cattolici che avevano condiviso le ostie consacrate con i loro cani durante una celebrazione della messa non erano stati scomunicati perchè, secondo l’inchiesta diocesana, è stataa determinante l’assenza di intento sacrilego. L’episodio si è svolto il 4 ottobre 2025 presso la parrocchia del Buon Pastore a Zurigo, durante un evento che univa la benedizione degli animali alla celebrazione della Messa. A causa delle previsioni meteorologiche sfavorevoli, la benedizione all’aperto è stata spostata all’interno della chiesa e integrata nella celebrazione eucaristica. Tre partecipanti hanno offerto ai propri animali una parte dell’Eucaristia ricevuta. Il gesto ha innescato un’inchiesta formale guidata dal vescovo Joseph Maria Bonnemain. La questione centrale non era se l’atto fosse avvenuto – perché era avvenuto – ma se costituisse sacrilegio nel senso stretto del termine, secondo la definizione del diritto canonico. Il quadro giuridico della Chiesa in materia è preciso. Il canone 1382 §1 stabilisce che chiunque scarti le specie consacrate, le prenda per fini sacrileghi o le trattenga con tale intento, incorre nella scomunica automatica, pena così severa che solo la Santa Sede può revocarla. Questo tipo di sanzione, detta latee sententiae, si incorre con il semplice compimento dell’atto, senza necessità di una dichiarazione formale. Tuttavia, la legge richiede anche un elemento soggettivo: l’intenzione. Senza di essa, l’atto esteriore, per quanto inappropriato, potrebbe non raggiungere la soglia di un reato canonico. Questo principio si è rivelato decisivo nel caso di Coira. Secondo la dichiarazione diocesana, l’inchiesta ha “chiaramente dimostrato” che le persone coinvolte non hanno agito con intento sacrilego e pertanto non potevano essere accusate. Qualsiasi atto deliberato di profanazione è trattato con la massima gravità. Allo stesso tempo però, la Chiesa riconosce da tempo che la responsabilità morale dipende non solo dall’atto in sé, ma anche dalla consapevolezza e dall’intenzione.

 


Categorie: Cani, News dal Mondo