La notizia è di quasi un mese fa e diffusa in questi giorni dai media ma non per questo più sconvolgente.
Per fare cassa, il Ministero dell’ambiente sudafricano sarebbe disposto a metterlo all’asta per  una finta caccia, dove,  chi se lo aggiudicherà lo potrà uccidere e esibirlo come trofeo.
Premesso l’orrore di questa macchinazione è bene sapere che i leoni bianchi sono una delle specie di mammiferi più a rischio di estinzione. Al mondo ne sono rimasti solo 300, 13 dei quali in libertà mentre gli altri vivono rinchiusi in zoo o riserve naturali. Tuttavia, Mustafàun maestoso esemplare di leone bianco, ora rischia di essere venduto ad un privato, per poi essere ucciso in una finta battuta di caccia e la sua testa esposta come trofeo.
In Sudafrica, luogo in cui si trova adesso il leone, si sono scatenate le proteste e una petizione ha già raccolto quasi 350 mila adesioni per scongiurare il pericolo e portare Mufasa in salvo. Come racconta il giornale online Pretoria News, l’animale era stato confiscato dalle autorità nel 2015, poiché detenuto illegalmente da una famiglia. Per lui, che nel frattempo era stato affidato al Wild for Life Rehabilitation Center di Rustenburg in Sudafrica, la salvezza era vicina. Tuttavia la sua liberazione adesso non è scontata, poiché Mufasa appartiene ancora al National Conservation, dipartimento del ministero dell’ambiente sudafricano, che non solo non ha autorizzato il suo trasferimento al Sanwill, ma ha anche annunciato che lo avrebbe presto messo all’asta per “raccogliere fondi per il dipartimento”. La vendita potrebbe culminare con una finta caccia, in cui l’animale verrebbe ucciso e la sua testa esibita come trofeo.
Il Wild for Life Rehabilitation Center di Rustenburg sta facendo di tutto per scongiurare il pericolo che il leone finisca nella rete dei cacciatori di trofei che spacciano per sport la “caccia in scatola”, come viene chiamata la tristemente nota pratica di partecipare a sanguinosi safari in Africa durante i quali si cacciano leoni rinchiusi in gabbie. La speranza è che la mobilitazione pubblica, la raccolta firme e gli impegni presi dai due enti per la protezione degli animali, possano bastare al dipartimento del Ministero per bloccare la vendita di Mufasa.

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