“Seguo Trento da qualche anno – racconta Rossella dell’Enpa di Pistoia – ho iniziato quando è arrivato in canile. Affiancata da una volontaria, ho portato per anni Trento in passeggiata. Trento ha sempre ignorato cani e persone (un’ottima cosa, per evitare di mettersi nei guai). Non ha mai avuto istinto predatorio. Non è mai stato un fuggitivo. Ha sempre avuto un richiamo perfetto, quello che la gente, col proprio cane, cerca per una vita e non trova mai. Uscire con Trento è stata una sfida ed una scoperta. Lui mi camminava incollato ad una gamba e non si allontanava mai, non annusava, non prendeva iniziative. Non mi piaceva. C’era qualcosa che non mi tornava. Qualcosa di innaturale, che niente aveva a che vedere coi sentimenti di un cane che, uscito dal box e vista la sua straordinaria capacità di restare con te, poteva finalmente assaporare la libertà. Tolto il guinzaglio, Trento non era libero, non nella sua testa. Qualcuno aveva costruito per lui (probabilmente negli anni precedenti al suo arrivo in canile) una gabbia mentale che gli impediva di fare il cane, che lo obbligava ad aspettare delle direttive, a cercare qualcuno che decidesse per lui. Mi sono chiesta tante volte cosa potessi fare per aiutarlo. Ovviamente, togliere il guinzaglio è stato il primissimo passo, ma poco cambiava, perché lui, comunque, camminava come se lo avesse ancora, se non in maniera ancor più disciplinata e gestibile.
Ho provato a dargli il mio sostegno emotivo, ogni volta che riusciva a staccarsi da me, ma lo facevo da essere umano, con la mia voce, e non funzionava: Trento tornava ad incollarsi alla mia gamba non appena pronunciavo la prima sillaba di qualunque cosa volessi dire. Ho capito quasi subito che per un cane che, probabilmente, ha vissuto sempre nella direttiva e nel controllo da parte dell’essere umano e che poi ha perso tutto ed è finito in canile, il rinforzo ed il sostegno migliore erano costituiti semplicemente dal silenzio. Sia con me che con Irene, Trento faceva lunghe passeggiate, vicino al fiume, nella calma e nel silenzio più totali e, a poco a poco, capiva che non volevamo chiedergli niente, che non avevamo niente da imporgli, che desideravamo per lui che scegliesse e che stesse bene.
E’ stata Irene ad accorgersi che, progressivamente, la camminata di Trento andava peggiorando. Era come se stesse perdendo forza sui posteriori, come se non ne avesse più il pieno controllo. E così, effettivamente, è poi stato. Paradossalmente, il cane che volevamo rendere padrone di sé stesso, stava perdendo l’uso delle gambe e non poteva più controllare il suo corpo a causa di un problema neurologico. La sua malattia era degenerativa e niente si poteva fare, tranne che tenerlo in vita, con dignità, tramite l’uso di un carrellino. Ovviamente il suo box, in canile, è cambiato. Con l’arrivo del carrellino, lo abbiamo messo più vicino alle zone maggiormente da noi frequentate, per averlo sempre sotto controllo e rispondere prima a tutti i suoi bisogni. Quando le zampe posteriori lo hanno abbandonato completamente, erano 3 le passeggiate che ci servivano per farlo stare bene, mantenerlo il più possibile in forma e dargli qualità della vita. Abbiamo costituito una squadra di operatori e di volontari, che ancora oggi, si alternano nel dare a Trento tutto ciò di cui qualsiasi cane, disabile o no, ha sempre bisogno.
Sono una decina le persone che lo curano, lo fanno camminare, provvedono al suo benessere. Trento ha un esercito di esseri umani, sempre disposti a metterlo di fronte a qualunque cosa. Anche adesso, ai tempi del virus. Come necessario, abbiamo dovuto ridurre l’afflusso di persone in canile, ma per tutti gli animali, e per Trento, ci siamo sempre. Lui passeggia regolarmente ed in completa osservanza del decreto ministeriale, trascorre la maggior parte del suo tempo in compagnia, riceve coccole e lauti pasti. Siamo tutti concordi nel ritenere che, soprattutto un cane così energico, avrebbe dovuto vivere tutta la sua vita sulle sue zampe, ma, incredibilmente, e con la resilienza tipica dei cani, la malattia e la disabilità hanno dato a Trento una nuova vita, gli hanno fatto scoprire una nuova parte di sé stesso: quella un po’ polemica, quella che può dire di no ed imporre il suo volere. Un Trento nuovo di zecca, che non ci aspettavamo. Col suo carrellino, Trento sta avendo (ormai 13enne) una vecchiaia che è completamente opposta al modo in cui ha vissuto. Adesso tutto quello che accade è una sua scelta. Ha scelto di interrompere la fisioterapia, come ha scelto le persone che si potevano occupare di lui. Sceglie sempre le passeggiate, le direzioni, le velocità. Sceglie i momenti e sceglie i contesti. Proprio nel momento in cui dovrebbe essere più fragile, Trento ha scelto di essere forte, e, proprio ora che questa terribile malattia ha colpito il paese ed il mondo intero, Trento ha anche scelto di ricordarci di essere forti, di conservare speranza, di riuscire a trovare del bene nel male che sta accadendo”.

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