La pandemia di Covid-19 e i rischi di contagio dagli animali selvatici sembra non aver insegnato nulla nella Repubblica democratica del Congo. Qui è boom di caccia alla carne di scimmia, antilopi, pangolini e porcospini. Lo riferisce il quotidiano francese Le Monde in un reportage nelle foreste dell’Ituri, provincia nord-orientale, habitat di molte specie a rischio estinzione a causa dell’intensificarsi del bracconaggio, della deforestazione e della crescente richiesta di questi tipi di carne.
Secondo stime del Fondo mondiale della natura (Wwf), ogni anno 3 milioni di tonnellate di selvaggina vengono prelevati nella foresta congolese per alimentare il commercio illegale. Un altro quantitativo significativo viene consumato dai residenti nelle zone forestali e ancora di più nelle città, dove la carne è venduta nei mercati senza alcun controllo veterinario.
In condizioni di sempre maggiore promiscuità tra l’uomo, l’habitat e le specie animali, sempre più invasi, sfruttati, deturpati, il rischio di trasmissione di patologie rimane elevato. Del resto la storia dei virus in Africa lo ha già insegnato, sia con l’Hiv – che sarebbe stato trasmesso col sangue dopo che un cacciatore si fosse ferito tagliando carne infetta nella foresta del bacino congolese – che con il virus di Ebola, veicolato nei liquidi corporei. “Ciononostante i congolesi dicono di non avere paura di ammalarsi se mangiano carne cacciata nella giungla.
Nelle ultime settimane il sospetto di possibile trasmissione del Sars-Cov-2 dall’animale all’uomo è ricaduto sul pangolino, una delle specie cacciate nelle foreste congolesi (AGI)

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