Bellissimo e profondo, in questa epoca di selfie-dipendenti, l’articolo apparso su corriere.it di Costanza Rizzacasa d’Orsogna, autrice  anche del libro “Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare”  per ricordarci quanto sia senza senso scegliere un gatto di razza per fotografarlo e vantarsene sui social. Magari scartando a priori i mici neri pensando (erroneamente) siano meno fotogenici, cher restano invisibili nei gattili.
Giorni fa Milo è sbarcato su Instagram. Vanitoso com’è, non vedeva l’ora, ma io per anni ho resistito: di foto gliene faccio già troppe. «Non ti basta essere già la star dell’Instagram di mamma?» gli chiedevo. Ma Milo è sbarcato su Instagram anche per dare un messaggio, o così spero.

Qualche tempo fa, una conoscente che sembrava sinceramente interessata a Milo, con la quale avevo più volte parlato dell’importanza di adottare un cane o un gatto da un rifugio invece di comprarlo, ha comprato un persiano nero, gli ha dato un nome simile a Milo e gli ha aperto un account Instagram. Gli mette i vestitini, vanta nei post la beltà della razza e quanto ha speso, lo obbliga a pose innaturali. È questo il messaggio che arriva di tutti i miei discorsi su un trovatello disabile e nero? Dell’importanza di dare una chance al più malmesso, che anche lui grazie all’amore può diventare un principe? L’ho vista come una sconfitta personale. È orribile pensare che quei video in cui Milo cammina a zig zag, inciampa su se stesso e cerca malamente di saltare, s’impegna insomma per superare la sua disabilità, in alcuni non suscitino tenerezza, non li invitino a riflettere sulla bellezza della diversità, sul valore della determinazione, ma, scatenando invidia per le migliaia di clic che fanno, spingono a prendere un animale simile per postarlo su Instagram. Un animale “perfetto” secondo il canone peggiore, quello della razza. Con i rifugi, anche italiani, pieni di gatti neri che nessuno adotta proprio per via di Instagram, lei il gatto nero l’ha preso col pedigree. E in un certo senso è colpa mia.

Per non parlare dell’impatto che una vita esageratamente social può avere sui nostri animali. Spiegava la comportamentalista Vicky Halls: «La maggior parte della gente guarda le foto di gattini e dice “Ahhhh”. Io le guardo e vedo dei mici infelici. E un proprietario che ha tempo da perdere. Chiedetevi se il gatto in tutto questo ci guadagna qualcosa». Di più. Sempre più spesso, pensando di trattarli come star, cosa che invece appaga solo noi, dimentichiamo i loro bisogni primari, come di cambiargli la lettiera. «I gatti soffrono in silenzio. Se fa pipì fuori dalla lettiera, si nasconde, inizia a leccarsi esageratamente, non fategli una foto, portatelo dal veterinario». Ho scritto un libro sulla mia storia con Milo, per fissare nel tempo la gioia immensa che mi dà, perché dentro muoio al pensiero di perderlo. Ho scritto un libro per dire che disabile, diverso, vuol dire speciale, perché via via che i lettori ci scrivevano che Milo era diventato parte delle loro vite e che è bello, in un mondo buio, tornare a casa e leggere i racconti di un gattino che con la sua tenacia dà speranza, ho capito che Milo era molto più di un gatto, che era di tutti, e non più soltanto mio. Che poteva diventare – che era già – una potente metafora per chiunque si senta diverso, o tale è considerato. Ho scritto questo libro per amore, per mandare un messaggio d’amore, e ora tutti ci fanno le foto, ma Milo devo stare molto attenta a non sfruttarlo. Perché non è un oggetto, è una persona. Il messaggio è importante, e lui per il momento le attenzioni sembra perfino gradirle, ma il confine con il tiranneggiarlo può essere sottile.

Proprio all’Instagram dei gatti, neri in particolare, ho dedicato un capitolo del libro. Dove Milo incontra il gatto Valentino, nero come lui. Adottato per postarne le foto e vivere di celebrità riflessa, poi abbandonato, nell’eugenetica dei social, perché essendo tutto nero proprio in foto non si distingueva bene. Non è fantasia, è cronaca, e ne parlerò sabato 10 novembre su Rai Uno con la presidente dell’Enpa Carla Rocchi. Ma se il «problema» delle foto è facilmente risolvibile con uno sfondo a contrasto (esempio, una parete bianca), se Milo è la dimostrazione che i gatti neri possono esser super-fotogenici, il punto non è questo. I gatti si prendono per la gioia che ci danno, per l’amore, non per Instagram. Non per l’egoismo di questa società dell’apparenza cui oggi sacrifichiamo tutto, anche i rapporti umani. I gatti neri portano fortuna, e Milo, di fortuna, a me ne ha portata tanta. Di più, mi ha salvato la vita. Questo esserino che cammina tutto storto, che cade mille volte al giorno, mi ha insegnato cosa vuol dire accudimento. Quando parlo di lui sono felice. E in foto sono più bella se Milo è accanto a me. M’illumino di Milo.”

Milo è anche su Twitter: @royalgattin

 

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